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Attacco DDoS ai DNS: cosa è accaduto e cosa c’è da conoscere

Ecco cosa è accaduto durante il pomeriggio di venerdì 21 Ottobre 2016 : parecchi tra i più famosi servizi Internet e siti, da Spotify a Twitter, da New York Times a Financial Times, da Reddit a eBay, per alcune ore sono risultati irraggiungibili a causa di un compatto attacco di modello DDoS (Distributed Denial of Service) carico di Dyn, società americana che gestisce i DNS, dando servizi di analisi del traffico in tempo reale .

Tale attacco è stato concepito mandando milioni di richieste contemporaneamente, in modo da generare un sovraccarico difficilissimo da gestire, che ha quindi consumato le risorse del sistema. Tutto ciò è stato possibile utilizzando una botnet formata non solo da personal computer, ma anche da periferiche e da quell’ infinità di apparati connessi alla rete e non correttamente protetti.

Server DNS sotto attacco, non un sito

A differenza di molti altri attacchi DDoS di cui negli anni passati abbiamo avuto già modo di parlare, la grande differenza è che in questo caso si va ad intaccare la società che gestisce i DNS e non il singolo sito: in questo modo chi ha perpetrato l’attacco ha avuto la sicurezza di una pervasività notevolmente maggiore.

Due lezioni da imparare, tra ridondanza e IoT

Da quanto è successo ci sono però almeno un paio di lezioni da cui imparare.
La prima è che l’argomento della sicurezza nell’ambito IoT non è giustamente trattato.
La seconda, più concreta, è che al giorno d’oggi è sempre più necessario avere una infrastruttura ridondante: di certo non è un caso che i siti che non hanno subito interruzioni del servizio i siti che di fianco ai server DNS di Dyn ne hanno associato altri gestiti da altri provider.

Da quanto accaduto ci sono tuttavia almeno un paio di lezioni da trarre.
La prima è che il tema della sicurezza nell’ambito IoT non è adeguatamente affrontata.
La seconda, più concreta, è che al giorno d’oggi è necessario dotarsi di una infrastruttura ridondante: basti pensare che i siti dove i server DNS di Dyn erano implementati con altri gestiti da altri provider non hanno avuto alcuna interruzioni del servizio.

È palese che questo aggiunge costi e complessità, ma alla luce dell’attacco sopra menzionato è evidente che ora la diversità architetturale e geografica diventa un’opzione irrinunciabile.

Il parere di Akamai, che ha lavorato con Dyn per risolvere quanto è successo, è che è più facile pensare alla ridondanza che a rendere concretamente protetto tutto quanto ruota attorno all’ IoT . Termostati, webcam, e persino i baby-monitor (apparecchi di sorveglianza da remoto per neonati ), sono tutti apparati connessi alla rete ai quali non sono state installate alcune protezioni, fosse anche solo una password per l’accesso.
Quindi, visto che questo tipo di attacchi è diventato il “new normal”, è necessario che le aziende inizino ad adoperarsi per rispondervi nel modo adeguato.

Buon compleanno WEB

 

Il 23 agosto 1991 è una data storica, Il WWW (world wide web) fu messo a disposizione di tutti coloro che avevano accesso ad internet.

Il padre fondatore del web, colui che lo ha concepito e ideato é Tim Berners-Lee, uno scienziato britannico che lavorava al CERN, (il laboratorio europeo di ricerca sulla fisica e sull’universo di Ginevra).

Il web è stato originariamente concepito e sviluppato per accontentare la domanda di automatico scambio di informazioni tra gli scienziati delle università e istituti di tutto il mondo.

Il primo sito web al CERN, e nel mondo, è stato dedicato al World Wide Web project. Il sito descrive le caratteristiche di base del web, come accedere ai documenti e come impostare il proprio server. La pagina è tutt’ora disponibile sul sito del CERN:

http://line-mode.cern.ch/www/hypertext/WWW/TheProject.html 

Leggere questa pagina è come fare un tuffo nel passato fatto di terminali a fosfori verdi ed editor di quei tempi.

Ma è stato il 9 dicembre 1991 che Al Gore, all’epoca senatore Usa, emanò l‘HPCA, High-performance Computing Act, la legge che portò, tra l’altro, alla diffusione di internet alle masse togliendo il diritto esclusivo al mondo universitario e militare.

In poche parole se quest’anno festeggiamo i 25 anni di web alla portata di tutti dobbiamo sicuramente ringraziare il suo inventore Tim Berners-Lee e il Gore bills per la sua diffusione.

Attacchi informatici, focalizziamoci sull’ application security

Grazie ad uno studio realizzato da AIPSI e sostenuto da F5 Networks, l’Osservatorio sugli Attacchi Digitali ha riscontrato che In Italia, la sicurezza digitale delle aziende è un problema per l’80 per cento di tipo organizzativo, e solo per il restante 20 per cento di tipo tecnico”.

Per sensibilizzare il nostro Paese all’application security, Information Systems Security Association International (ISSA) col contributo di Malabo e Nextvalue ha stilato un rapporto di pagine 130 abbandonando la passata definizione Osservatorio Attacchi Informatici adoperata dal 2009.

Marco Bozzetti presidente dell AIPSI evidenzia che da una ricerca operata via Web, dei 288 responsabili della sicurezza informatica e dei sistemi informativi di aziende di varia dimensione e settore merceologico e di enti Pubblici «solo il 21 per cento ha implementato sistemi per il ripristino o per contenere i blackout energetici, che in Italia sono un problema tutt’altro che trascurabile»

L’Osservatorio sopra citato ha dichiarato inoltre che, a fronte di un 50 % del campione che afferma di avere sistemi di protezione relativamente sicuri e ad alta affidabilità, le misure di sicurezza in realtà sono «limitate all’uso di firewall applicativi e di reverse proxy».

Anche per quanto concerne la protezione dell’informazione la situazione è critica, visto che «solo la fascia medio-alta dell’utenza fa relativamente bene un po’ di backup, mentre per qualsiasi attività di homebanking meno del 50 per cento utilizza la crittografia dei dati in transito» ribadisce l’Osservatorio.

Nano-imprese al sicuro dai cyber attack ?

Nonostante un campione d’interpellati differente rilevato nelle sei edizioni dell’Osservatorio, due conferme emergono lampanti «La prima è una media sotto il 40 per cento degli attacchi rilevati in un panorama imprenditoriale italiano costituito, secondo l’Istat, da sei milioni di Partite Iva e da poco più di 3.600 aziende sopra i 250 dipendenti. Da qui – prosegue Bozzetti –, la fotografia di un Paese di nano-imprese poco di appeal per gli hacker che vogliono perpetrare una frode economica o fregiarsi di aver violato la sicurezza It di realtà riconosciute a livello internazionale».

La seconda conferma è che dal 2010 ad oggi, la tipologia di attacchi maggiormente frequenti vedono al primo posto i malware, col 78,4 % dei rispondenti, seguiti poi da tecniche di social engineering 71,9 %, il furto dei dispositivi Ict  è al 34% e infine la saturazione delle risorse è al 29,4%.